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Viaggio intorno all'universo suono - Carmine Savoia
La creatività ed il gusto fanno parte delle premesse di cui si deve tener conto per poter entrare in questo mondo.
Il "suono" così affascinante e così intricato, è una cosa preziosa per un chitarrista, senza dubbio, il punto da cui parte il proprio tipo di linguaggio. Ogni chitarrista sa bene che non si vive di solo suono, ma è evidente che se unito ad una tecnica, a studi, alla ricerca di un proprio stile, esso diventa determinante.
Il tipo d'incontro tenutosi con Donato Begotti nel Febbraio di quest'anno aveva caratteri tendenti al rock, dato il largo uso di effettistica impiegato nel genere, ma il buon utilizzo dei processori ne dava una maggiore estendibilità permettendo una più ampia applicazione.
Gli strumenti e apparecchiature usate erano: tre chitarre Steinberger - una con pick-up attivi, due passive, una delle quali con paletta anziché il manico "tradizionale" Steinberger. Un set di unità Rocktron a rack, tra questi un preamplificatore Pro Gap, un compressore 300 G, un equalizzatore Exiter Pro Q, un'unità di effetti Intellifex, un finale di potenza Velocity 150 + 150, due casse Marshall 4 x 12, un foot controller (pedaliera midi), il tutto distribuito in Italia dalla Meazzi S.p.A.
A conferma dell'importanza dell'argomento, la sala messa a disposizione dal C.P.M. era strapiena di giovani, tanto che si rese vantaggioso l'eliminazione delle sedie per permettere una maggiore capienza.
Tutti seduti a terra, alcuni "attaccati" alle finestre, altri fuori dalla sala, rimasti solo per ascoltare, insomma, una situazione di grande attesa. Ad aprire l''incontro, dopo una breve presentazione fu la musica a far da ambasciatrice, a portare con sé tutte le risposte agli innumerevoli problemi che ogni musicista incontra. Un caloroso applauso sancì la chiusura del brano, mettendo subito in evidenza due aspetti: la grande qualità del suono impiegato, quindi l'introduzione all'argomento da trattare e la qualità del chitarrista.
In questo modo Begotti si aprì la strada dicendo che per raggiungere il suono che ogni chitarrista si prefigge, bisogna affrontare tutta una serie di scelte che partono dalla chitarra fino ad arrivare alle casse acustiche, una catena cioè, fatta di mille particolari quali: il plettro, le corde, i pick up, la chitarra, il preamplificatore, l'equalizzatore, ecc.
Dunque una strada estremamente complessa se al tutto aggiungiamo i problemi relativi alla preparazione e allo studio della chitarra. Portò come esempio la catena traendone alcune considerazioni, quali l'importanza di avere un bilanciamento di qualità tra i vari componenti, rispetto ad un processore ottimo ed un altro scadente. Quel pomeriggio "la catena" di Begotti era sicuramente tra le più solide, almeno a vedersi. Al primo anello prese in esame le chitarre ed analizzò gli aspetti della buona liuteria, del buon sustain, della scelta dei pick up. Poi ci suonò un brano di Satriani a valorizzare l'eccellente sustain delle Steinberger, ed il solo di "Beat it" (M. Jackson) con una chitarra a pick up attivi. Indubbiamente furono suonati in modo impeccabile e la risposta del pubblico non poté che essere entusiasta. Ci fu da aggiungere solo che la scelta finale alle varie soluzioni era a discrezione del musicista essendo la chitarra estremamente personale. Il primo processore in esame fu il "Preamplificatore", il quale è il responsabile della pasta del suono, cioè la qualità ed il timbro.
Spiegò anche l'importanza di avere un sistema midi che ne consenta la programmabilità e la comunicazione con altri apparecchi. In particolare valorizzò attraverso il Pro Gap la comodità di un equalizzatore pre-satuazione. Esso permette una maggiore governabilità di intervento sulla curva di equalizzatore; dimostrando come al variare di una data frequenza il suono può passare da clean a semidistorto o da crunch a distorto. In collegamento con il Pro Gap vi era il compressore non dotato del sistema midi ma inserito in loop (send e return) con il pre. Poi in cascata il Pro Q e l'Intellifex.
Il "Compressore" spiegata Begotti, è un processore che si occupa di enfatizzare le note a dinamica molto bassa e a comprimere quelle a dinamica elevata. Seppure utilissimo nelle ritmiche se non usato con attenzione esso può tagliare una grossa fetta di dinamica, non permettendo una più precisa sensibilità di tocco. La parte musicale disposta a valorizzare il compressore fu una base su cui si eseguirono una serie di ritmiche funcky. Tra di esse vi erano suoni puliti, con il chorus, con il delay, ma sempre in aggiunta al compressore, dando un'ottima resa in tutte le situazioni. Ci fu poi il famoso assolo di "Another brick in the wall" dei Pink Floyd a mettere in evidenza il sustain che il compressore può favorire al termine del brano. Precisò che l'effetto di compressione enfatizza la dinamica nel tempo, mantenendo però il sustain naturale della chitarra.
A seguire, dimostrò l'Equalizzatore. Quando disposto in catena, può definire il suono in arrivo dal pre con maggiore precisione avendo al suo interno parametri di intervento da 0 a 100 dB. Fece risaltare la potenza enorme a disposizione, agendo prima sulle frequenze basse, portandole fino a 100, pettinando tutta la 1a e la 2a fila, e poi sulle frequenze alte, toccando una soglia "spacca timpani".
Era chiaro che la macchina fosse in grado di darci più di quello che avremmo potuto chiedergli, in aggiunta al fatto di essere programmabile e di avere anche l'exiter. Davvero niente male. Entrati nell'Intellifex Begotti ci dimostrò come si può poi selezionare il tipo di Riverbero oppure il Delay, il Chorus, il Pitch, il Ducker, in diverse combinazioni.
Tra le varie proposte di utilizzo della macchina ci fece notare la qualità del Delay, che posto alla massima rigenerazione dava una ripetizione all'infinito mantenendo una riposta di fedeltà assoluta. La prova da lui dimostrata, stava nel suonare una nota tra le più basse della chitarra, altre medie ed infine gli armonici, il tutto in distorsione.
Il risultato era ottimo anche dopo il passare di diversi minuti infatti la risposta rimase fedele all'originale.
Seguì poi un pezzo di Nuno Bettencourt, sfruttando un tap delay posto al quarto sedicesimo. Eseguendo tutto in ottavi dopo tre sedicesimi il delay riempiva il disegno ritmico ottenendo tutti sedicesimi. Il pezzo, di difficile esecuzione, creava un intreccio di arpeggi e passaggi cromatici di apprezzabile ascolto, ed il pubblico rispose calorosamente.
Alla volta del Pitch Transposer, ci venne spiegato come si potesse creare ogni tipo di intervallo tra la nota suonata dalla chitarra e quella generata dal pitch, con estensione da un'ottava alta a due ottave basse e alla possibilità di avere due oppure tre note armonizzate, era possibile aggiungere anche un ritardo avendo così a disposizione una più ampia gamma di soluzioni. Ci mostrò come poter creare degli accordi a quattro voci oppure suonati in arpeggio con l'utilizzo dei ritardi, ma soprattutto ci stupì creando il suono di un organo da chiesa con l'ausilio oltre che del pitch di una distorsione, suonandoci la "Toccata e Fuga in Re minore" di Bach. "Giuda ballerino" come direbbe un mio amico, sembrava vero.
Sul Chorus ci preparò alcune esecuzioni per saggiarne il suono. Ci fu anche la possibilità di ascoltare il chorus generato dal pitch, sfasando, dalla nota centrale due note in stereo, con un leggero ritardo e lievemente stonate tra loro, tali da creare un effetto davvero interessante.
A questo punto non rimaneva che l'imbarazzo della scelta.
Il finale Velocity creato appositamente per i chitarristi pur essendo a transitor presentava notevoli qualità, quali: un minor costo di base e nessuno di manutenzione, rispetto ai valvolari di costo elevato e l'incombenza della situazione delle valvole, una maggiore robustezza ed un minor ingombro, solo due unità di rack, un sistema studiato specificatamente per un uso chitarristico rispetto a finali di potenza generici oltre al sistema di reattanza che simulava l'effetto ottenibile solo con le valvole. Sotto questo aspetto era sicuramente interessante e alla prova ci sembrò, interpretando un giudizio generale, molto buono. Al variare dei potenziometri di reattanza il suono si arricchiva enormemente. A parte le casse Marshall 4 x 12 che ormai fanno già parte della storia del rock, caratterizzate dall'aggiunta di un selettore per poter utilizzare una sola cassa in stereo oppure l'utilizzo a 4, 6, 8 OHM dei gloriosi coni Celestion.
Proseguiva poi l'incontro con la spiegazione dei foot-controller: pedaliere predisposte a richiamare programmi midi. Begotti ci spiegò che la comodità di una pedaliera midi è quella di consentire un richiamo, con estrema rapidità, di una quantità di suoni programmati, messi in diversi banchi di memoria. La pedaliera da lui utilizzata aveva una sistema per cui si potevano creare ulteriori combinazioni potendo disporre di suoni memorizzati, anche in banchi diversi, oltre alla possibilità di gestire i parametri derivati dall'effetto come: il volume, la saturazione, i tempi di ritardo, le rigenerazioni ecc. Indubbiamente una postazione solida e versatile a disposizione. A verificare la rapidità con cui i programmi vengono cambiati, ci mostrò una prova fatta tra un suono distorto ed uno pulito mettendosi a premere i pulsanti con le mani il più rapidamente possibile. Risultato: non si avvertiva nessun ritardo tra un suono e l'altro, cosa alquanto gradita per un utilizzo dal vivo.
L'incontro terminava poi con delle spiegazioni di alcune sue trascrizioni pubblicate su Guitar Club, ed in particolare sulla tecnica del tapping, lasciando infine un largo spazio alle domande dei presenti.
Dopo quasi due ore eravamo ancora tutti lì ad ascoltare cosa ci potesse ancora stupire tra tutte quelle chitarre, effetti, casse ...
"Quel pomeriggio la catena di Begotti era sicuramente solida". A me però è rimasto un dubbio; non è che in fondo a quella catena ci fosse un anello più resistente degli altri chiamato Donato Begotti?
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